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Il mio è un viaggio di formazione, qui a Bari, a 5 ore di treno dal parente più vicino. Sono rimasta colpita dalla comunicazione di questa nuova proposta in ambito “digitale”. Difficilmente esco di casa per questo tipo di situazioni, vuoi perché non sono avvezza al socializzare perché si deve, vuoi perché spesso ci si ritrova a sentire le stesse cose, le stesse slide, gli stessi wow ad ogni click e sopra ad ogni altra cosa ho un livello di tolleranza bassissimo nei confronti di chi deve testimoniare la sua presenza all’evento in rete, prima di tutti, più di tutti a tutti. Sono anziana dentro, o peggio.

Immaginatevi quanta simpatia possa sprizzare da ogni poro.

Ho del tempo prima dell’inizio del primo workshop, anzi, a posteriori avrei avuto un’ora in più, così colgo l’occasione per visitare lo scrigno di Bari, il Castello svevo, del 1131.

Sono convinta che la chiave per comprendere lo spirito di una città è costituita da due elementi: i percorsi, gli scrigni!

Questa creatura è stata ricostruita da un nome noto a chi vive nella Valle Esina, infatti dopo la sua distruzione avvenuta nel 1156, Federico II, il giovane partorito in pubblica piazza a Jesi, ne ordinò il ripristino nel 1233. Il portale nella foto sarebbe la sua firma, ed è stato buffo sentire un signore chiedere una foto ricordo “davanti al portale di Federico II” con tono solenne. Puro orgoglio.

Questa struttura effettivamente è incantevole, lineare, ed è usata come contenitore di diverse esperienza, dalle multimediali ad allestimenti di arte contemporanea passando per avventure storiche dedicate ai bambini. La mia visita ha avuto come colonna sonora il loro cinguettio.

Una collezione di calchi di gesso mi ha permesso di immergermi nel patrimonio visivo di questa terra, nella sua peculiarità estetica.

La gipsoteca inaugurata il 20 dicembre  2011 è una raccolta incredibile di calchi tratti dai più celebri monumenti pugliesi, realizzati per allestire il padiglione regionale dell’Esposizione Etnografica di Roma del 1911. Sono noti i nomi dei due scultori che affrontarono questa fatica: Pasquale Duretti e Mario Sabatelli naturalmente coadiuvati da artigiani formatori.

Viene narrato ogni aspetto del patrimonio del territorio, dalle ceramiche ritrovate, alla guida che è stata seguita per affrontare il restauro di tutto il complesso, la meravigliosa Carta d’Atene, ed ecco che mi è chiaro come mai il recupero di questa enorme struttura si percepisca e non sia un insieme manifesto di individualità contemporanee con il loro bisogno di mostrarsi.

Il cibo e Bari, un rapporto intenso, non solo visibile da queste opere, da questa mostra, elegante e semplice. Ma anche da quello che si incontra tra i suoi vicoli.

Naturalmente ho chiesto il permesso prima di fotografare, alla risposta affermativa si è aggiunta in modo velato la richiesta di acquisto, quindi, non avendo la scusante della barriera linguistica, come può accadere all’estero, oltre a questa foto mi porto a casa una busta di tarallucci, all’olio.

Ieri mentre passeggiavo per i vicoli per la prima volta, avevo notato questi setacci vicino alle porte mentre stavo per fermarmi ad osservare, tre turisti mi son passati davanti e con fare troppo schietto uno di questi ha detto qualcosa, toccando lo strumento. Non si era accordo che oltre la tenda che separa il pubblico dal privato tra questi vicoli, vi era un uomo che si è repentinamente tirato indietro, tra lo stupito e l’infastidito. Comprendo che quel senso di libertà tipico del turista stronzo pulsa anche qui, non solo a Firenze.

Memore di quell’uomo, ho chiesto il permesso. Sono pur sempre in casa d’altri. Scatto l’insieme e mi porto dentro le mani della signora che prepara i tarallucci mentre osserva se arrivano potenziali acquirenti, mi porto dentro anche la tavolata di donne intente a guardare la televisione mentre una ha le mani in pasta. Mi porto dentro anche la cucina di un ristorante, dove mentre lo chef controlla i fornelli, il suo aiutante, con il naso rivolto all’insù si lascia coccolare dalla pubblicità televisiva. Tutte scene private, a tratti intime, che puoi cogliere se cammini tra le strade di Bari vecchia, le porte sono aperte.

E quasi ora del primo workshop, il motivo che mi porta qui, inizio a rientrare verso l’AncheCinema.

Mi chiedo quale santo si chiami Mincuzzi, prima di comprendere che si tratta di puro Art Nouveau.

Come è andata la prima giornata de La Content? Tre libri acquistati, due sul mio kindle, quindi più precisamente di due ho acquisito il diritto d’uso, uno invece è tutto mio! L’entusiasmo l’ho trasferito tutto al compare di merende, a cui ho telefonato a giornata conclusa per condividere.

Mi aspettavo qualità, e così è stato. Una simulazione di un rapporto di lavoro reale, basato sull’analisi di un prodotto che tutti conoscono, ha permesso di seguire una corretta procedura di lavoro evitando il mega pippone tra slide e frasi fatte. Tutto è scivolato in modo estremamente positivo, ho preso una marea di appunti che mi hanno portato all’acquisto di due ebook, uno del relatore, Andrea Fontana, e uno sulle emozioni, l’Atlante delle emozioni umane su cui probabilmente mi addormenterò tra poco.

La serata poi si è evoluta in modo estremamente piacevole, premetto che non sono una tipa da canzoni, mi piace il jazz e per lo più ascolto la famosa musicaddemerda nota ai più come reggaeton, forse dovrei invertire i due termini. Mi sono sorpresa a lasciarmi incantare da come Giulia Cavaliere raccontava del suo percorso di frammentazione dei vari stadi dell’amore attraverso la canzone italiana, e personalmente l’avrei lasciata sola, a parlarne.

Più raccontava di questa sua creazione, e più mi rendevo conto che avevo lasciato indietro qualcosa, qualcosa di importante, ho ascoltato anch’io vari brani, da quando ritrovai nel baule della macchina di mio padre il suo forziere ricco di musicassette. Per conoscerlo meglio iniziai ad ascoltare quelle raccolte, non avevo più modo di farmi dire quale fosse la sua preferita, ma in un walkman mentre pedalavo per Jesi, mi facevano sentirlo più vicino. Come fu quella volta che andammo a vedere le prove di formula uno e mi condusse a vedere dove Senna, il suo mito, se ne andò. Quelle musicassette le ascoltavo, non le capivo, sentivo solo il ritmo, che accompagnavo pedalando. Come quella volta eravamo io e lui. Insieme. Poi è arrivato il jazz, l’adolescenza, senza parole solo musica, senza messaggi da cogliere o da intercettare come descrizioni di un presente a cui non ero interessata. Volevo solo una colonna sonora, non una guida o comprensione.

Belle le storie. Bello imparare. Bello l’Amore.

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