8 maggio 2023

Mentre sfogliavo l’ultimo Internazionale arrivato a casa, mi è caduto l’occhio su un ritratto di un ragazzo asiatico, pensavo si trattasse di qualche idol introdotto nel mercato occidentale, ma leggendo scopro che è semplicemente un ragazzo ucciso per aver criticato il suo governo attraverso i social, Anousa Luangsuphom.

Qui la notizia sul Human Rights Watch

Qualche istante fa in una community di cui faccio parte dalla sua fondazione, e di cui probabilmente non vedrò la fine, per il semplice fatto che non mi affeziono ai contesti virtuali, ma solo ai bar, ho evidenziato quanto non mi piaccia la politica dei social, e l’ecosistema che genera; eco qui è un frammento interessante, perché come rimbalzano le sciocchezze in questi ambiti è incredibile. Ognuno è una vallata dove si accoglie un significato e se ne amplifica ripetendo solo quello che si è compreso, in superficie, rendendo omaggio alla ninfa Eco.

La prima volta che ho attivato il profilo facebook fu perché decisi di partecipare a un concorso di illustrazioni, in quegli anni, credo 2010, ero molto affezionata a una serie di disegni che feci dal vivo durante un concerto jazz, lavori che finirono poi nella mia tesi conclusiva del liceo. Cercando in rete il regolamento scoprii che avrebbero vinto le opere con più like, quindi con il maggiore indice di gradimento di persone non esperte, ma legate o all’autore o alla pagina dell’evento. Non avevo facebook. Non mi affascinava competere in quel modo, non ricordo il fattore scatenante che mi portò a partecipare. Iniziai a controllare, cercando semplicemente su google, come stesse andando il concorso e vidi, con mio grande stupore, che sul mio disegno era indicato in modo sbagliato il nome dell’autore, ossia non era il mio nome. Decisi così di iscrivermi a facebook e far presente la cosa. Non ero interessata alle vite altrui, ne a riallacciare rapporti con chi già non frequentavo.

Scrissi di questa cosa anche in un vecchio post

Anousa Luangsuphom mi ha risvegliato dal torpore degli ultimi mesi, ricordandomi che questi strumenti possono essere per un occidentale, nato casualmente qui, o trasportato dal destino, rifugio per la propria mediocrità, ma per chi ha uno scopo più alto, sopravvivere, sono l’unico strumento per puntare dei riflettori sulle ingiustizie che vive. Non ci sono post su questo attivista sui social occidentali. Il Laos non rientra nel raggio d’azione dei cacciatori di influencer.

Scopro un interessante articolo su quella terra sul manifesto.
Il TheGuardian ne scrive. 

Chiarendomi le idee mentre scrivo questo post, posso affermare non mi piace lo spreco di tempo, e di energia, che si attua con un uso superficiale dei social, ma se usati in modo collettivo e sano potrebbero limare molte irregolarità della nostra società, specialmente nelle democrazie giovani, il condizionale è d’obbligo, perché bisogna vedere se non si altera la sensibilità di qualche investitore di queste aziende. Si deve sempre ricordare che il cuore di queste strutture è alimentato dal fatturato, quindi solo, esclusivamente, dal denaro.

Mentre sto per concludere questo post, scopro con sollievo, che Anousa Luangsuphom è ancora vivo.

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Con la fotografia, la grafica e video mi prendo cura della presenza online di artigiani e artisti, guidandoli nel comprendere la potenziale della rete, in sicurezza.

Colgo e comunico la poesia del quotidiano.

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