baloccarsi scrivendo

Ho scoperto che scrivere mi fa bene, e farlo in un contesto con una guida mi fa benissimo. Grazie a Alessandra Minervini ho compreso che è una forma di comunicazione che mi è possibile, affrontandola con una certa sfacciataggine.

Circa un mese fa, stavo saltellando tra i vicoli di Meta, e mi sono imbattuta in un avviso di un corso di scrittura proposto dalla giornalista Stefania Zolotti, senza pensarci neanche un secondo, mi sono detta: vado!

Non sapevo dove mi sarei infilata, certo era che avevo necessità di tornare a scrivere rispettando una traccia. Non ho un romanzo nel cassetto, ne l’idea di essere una scrittrice ma nei mesi con Alessandra si è fatta chiara in me l’idea che scrivere, farlo bene, mi alleggerisce la mente, e mi piacerebbe, nel tempo, trasformarlo in un lavoro.

Lezione 1

Un corso itinerante di scrittura.

Dopo due anni di corsi online l’idea di un corso di scrittura che mi facesse prendere un treno, conoscere luoghi nuovi, persone diverse, portandomi lontano dal computer, non mi dispiaceva. Sinceramente se Stefania avesse descritto come si sarebbe svolta la prima lezione, avrei rivolto la mia attenzione verso altri lidi. Ma questa è una storia di cui scriverò poi. Il racconto di questa avventura parte dal secondo appuntamento: Barlèsh. 

Il Luogo

Ho un debole per le officine, le botteghe, luoghi in cui il lavoro, pur faticoso, si ama, e Barlèsh è uno di quei luoghi. Le finestre industriali, il soffitto di legno, le capriate, sono un abbraccio per gli occhi, un luogo scelto e adattato all’esigenza di far star bene le persone. 

La seconda Lezione.

Il focus della seconda lezione verte sull’esigenza, sulla volontà di essere capiti. In questo percorso ci affianca il cuoco Francesco che condivide la sua visione della cucina. Per lui non si tratta di arte ma di artigianato, la cucina non è il luogo della libertà ma la bottega dove si lavora con le mani, con l’idea di rispettare l’impegno di dar piacere. In questo periodo di ego tra i fornelli la chiarezza e umiltà del proprietario del Barlèsh risuonano come una poesia, schietta.

METODO

Sono una persona che mangia la pizza con forchetta e coltello, uso gli stessi strumenti per mangiare il cocomero, e le bacchette per le patatine fritte quando devo scrivere o lavorare sul pc, quindi trovarmi davanti al gelato di parmigiano, ricetta rinascimentale, affiancato da un fico e protetto da una cialda croccante su cui è stato deposto del miele, senza strumenti per mangiarli è stata una bella sfida.

Stefania ci aveva dato 7 incipit di 7 libri famosi da cui prendere spunto per iniziare a scrivere, tenendo presente le sensazioni che stavamo provando nell’affrontare la pagina bianca e il piatto al suo lato. Memore delle sensazioni della prima lezione, specialmente di quelle provate nel treno di ritorno, non ho fatto nessun tipo di resistenza. Ho cercato di osservare il tavolo in cui mi trovato dall’alto, allontanando il mio punto di vista tenendo le orecchie ben aperte. Ripensando alla posizione particolare del Barlèsh, nascosto in un vicolino di cui non avevano conoscenza neanche chi abita nelle vicinanze, non mi è stato difficile iniziare a scrivere. 

La felicità di gruppo era nella norma tra le pareti del Barlèsh. Intorno al suo unico grande tavolo ci si ritrovava sanguinanti e malinconici, ma tutti consapevoli che eravamo lì per alimentare una felicità che non ci apparteneva, ma di cui potevamo nutrirci, addirittura alimentarla quel tanto da farla a brandelli per portarcene un poco a casa. Un calore estraneo utile tra i vicoli freddi di Montevarchi. Eravamo tutti intorno al tavolo grande, chiaro, con una leggera tonalità del crema, un abbraccio gentile dove posare i nostri occhi stanchi, in attesa della prima proposta di Francesco, lui sapeva di cosa avevano bisogno i 12 commensali. Chi arrivato con un lento regionale, chi a piedi, chi a cavallo, chi su una bici rubata, chi su un’auto da buttare, chi su una vecchia gondola con le ruote, chi su un’ambulanza presa in prestito, chi con una carrozza di Versailles trovata nel magazzino di un vecchio rigattiere che prima di morire raccoglieva meraviglie in Francia, chi ancora sulle mani per il troppo dolore ai piedi, chi in compagnia condividendo un furgoncino d’avanzo sperando di non dover fare benzina per non dire non avere moneta. Tutte queste vite si affidavano alle mani d’artigiano di Francesco, perché lui sapeva fare dell’infelicità un ingrediente speciale. Terminata la cena, lentamente, tra timidi sorrisi, il Barlèsh si svuotava.

Una sera, mentre la dodicesima creatura con il suo pugno pieno di felicità lasciava il ristorante, si affacciò alla porta una ragazzina dai tratti orientali, aveva una mappa in mano. Francesco pensò che si trattasse di una turista che probabilmente non riusciva a trovare la stazione ferroviaria.

Gli uscì in modo naturale un
-Tutto bene?
-Lavoro!
L’unica parola che uscì da quella ragazza unita al suo sguardo implorante furono un chiaro discorso.
-Ci sono dei piatti da lavare, hai un’ora, sono 15 euro, di più non posso.
-Va bene!
Nella penombra del Barlèsh stava per iniziare un percorso di nuove emozioni per il palato.

Kaoru, era la più giovane sous chef di Firenze, e da qualche giorno le era giunta la voce di un ristorante consolatorio, dove chi si fermava a mangiare lasciava sotto il tavolo i propri dolori. Dopo due notti insonni decise di licenziarsi per raggiungere quel luogo speciale. Quella storia le aveva ricordato il perché avesse scelto la vita della cucina. Da piccola, seduta sulle ginocchia di sua mamma, amava ascoltare la storia di sua nonna, che testarda, aveva deciso di lasciare la famiglia e i suoi doveri sociali, per aprire un piccolo ristorante, ma non avendo molto denaro, decise di farlo per due ospiti alla volta. Voleva rendere felice le persone, con il suo amore per il cibo, e due alla volta, poteva essere un ottimo inizio. Negli anni, nonostante la fama, non ampliò mai il numero dei tavoli. Kaoru voleva vivere quella magia tra cibo e amore, e condividerla. Negli ultimi cinque anni la sua carriera era esplosa tra le sue mani ma sentiva che si stava allontanando dal suo sogno. La storia di quel ristorante nella provincia aveva riacceso la sua passione. 

Francesco comprese dai primi gesti che quella creatura non era nuova ai fornelli. Incuriosito le chiese di dargli una mano per finire una pappa al pomodoro che stava preparando per un gruppo di scrittura che si sarebbe ritrovato lì, il giorno dopo. Lei lo assaggiò e si girò velocemente cercando qualcosa. Tornò alla pentola con delle olive nere e del peperoncino, capì che lì non avrebbe trovato del wasabi, quella cucina era molto legata al territorio. Era il luogo giusto.

Quella notte tra i vicoli di Montevarchi risuonò un ululato argentato. Francesco, per la prima volta, dopo anni di accumulato dolore, si alleggerì con una fragorosa risata. 

Da quel giorno i commensali del Barlèsh notarono che lasciavano il tavolo con un sincero sorriso proprio.

L’arrivo di Kaoru tra le righe della storia è dovuto alla pappa al pomodoro più piccante e bollente che abbia mai mangiato. Lava da gustare. Mantenendo l’intenzione di adattarmi, accettando gli stimoli e le sfide di Stefania, l’assenza di forchetta non è stato un problema per l’assaggio, ma il suo arrivo l’ho accolto come un dono di pure cuore.

A conclusione della lezione, incredibile, in cui attraverso l’esigenza di scrivere ho avuto la possibilità di ascoltare e ritrovare un modo di vedere la cucina che stimo molto, abbiamo avuto il piacere di affrontare un non-dolce bellissimo e tremendo che posso descrivere solo con le seguenti parole.

Umori latenti e Arcani Significati per il palato

Un dolce che cela umori latenti, visibili al palato solo di coloro che sono in grado di percepire la bellezza nella ruvidezza di un sapore crudo. Un dolce crudele che riporta il gusto alle sue origini, alla terra, nella sua più dolorosa profondità. Arcani significati nella sua forma accarezzano ricordi che tra un morso e l’altro vagano alla ricerca di quel fare umano che si intravede. Un tempio. Una chiesa. Una domus circondata dalla traccia di un sacrificio. Un dolce che non ha intenzione di allontanarvi dal dolore quotidiano ma che lo esalta, nella più totale amarezza. 

Un omaggio alla luminosità dell’ombra.

Un omaggio alla vita. 

Un omaggio a cui si può rispondere serenamente
– No grazie, IO sto bene!  

Francesco
Stefania . Francesco

Barlèsh in dialetto piemontese ha diversi significati, tra i tanti quello che più mi ha colpito è “balocco”.

Francesco, nel suo ristorante è circondato da balocchi, e se volete saperne di più vi consiglio di fargli visita. 

Vi auguro di incontrare persone che vi spingano a superare i vostri limiti, scoprendo quanto di bello c’è nella scomodità.

Non sono dell’idea che la bellezza sia generata dal dolore, dal male, ma penso che stimoli di più la scomodità, il cercare un nuovo equilibrio, in modo lucido, senza mai dimenticare chi siamo.

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