C’era una volta l’angolo cieco dell’Occidente: tre libri per cambiare sguardo.
Esco di casa convinta che avrò tra le mani il risultato stampato del bellissimo progetto a cui ho partecipato in occasione di Passeggeri, un progetto parallelo al festival Latitudini, tenutosi a Jesi lo scorso novembre, di cui ho registrato alcune conferenze.
Niente da fare, Francesco non ha avuto modo di recuperare il bottino, ma io esco dalla sua libreria, Gira & Volta, con tre testi che affronterò con molta curiosità.
Tempi di guerra, momenti in cui mi ritrovo a posare lo sguardo su terre di cui non mi interessavo molto.
C’è questa leggenda riguardante i numeri di The Passenger: sembra che dopo qualche giorno dall’uscita il luogo scelto da narrare venga colpito da qualche disgrazia, così è stato per Francia, Palestina.
Questa informazione mi rimane in testa, come tante secondarie, che poi acquistano un significato in un determinato momento, diventando un’interessante chiave di lettura.
Ed ecco il numero dedicato a Dubai ed Emirati Arabi Uniti che mi capita davanti agli occhi. In verità Fra l’ha posizionato in modo che si potesse vedere appena si varca la soglia della sua libreria. Il volume è uscito a febbraio 2025, ma essendo il progetto The Passenger sviluppato per durare almeno 5 anni, penso sia ottimo per comprendere cos’era Dubai prima dei bombardamenti subiti.
Di Dubai non ho mai subito il fascino, come gli Stati Uniti, l’ho sempre percepita come un progetto umano sviluppato con la sensibilità di chi progetta un parco giochi, tendendo a monetizzare il più possibile ogni superficie.
Non potendo offrire niente, si offre un sogno, un’idea, che faccia spendere.
E devo dire in questi ultimi anni Dubai ha scansato il sogno americano diventando la custodia estetica per chi non si pone il problema di una struttura urbana costruita basando le proprie fondamenta etiche sullo sfruttamento, senza nasconderlo.
Troppo ludica, perfetta, per non andare a farci un viaggio e condividere dei selfie per la gioia delle aziende dei social media e la stessa Dubai che, forte di quel passaparola patinato, è diventata la terza meta mondiale per i turisti, dichiarando nel 2023, la presenza di 16,8 milioni di visitatori.
Così affascinante da scalzare l’idea di città nel deserto che si associava in passato a Las Vegas.
Poco importa che per la libertà di stampa sia al 160° posto, l’Italia è al 46°; chi siamo noi per far lezione agli altri?
Sfoglio l’indice e comprendo che anche questa volta il lavoro di Marco Agosta, editor della serie, mi porterà a comprendere le diverse sfaccettature di questo diamante che ora mostra al mondo di non essere custodito nel modo più sicuro.
Mi viene in mente l’impressionante lavoro del fotografo Fadel Senna che con le sue foto presenti nell’ultimo numero di Internazionale, a corredo dell’articolo di Alessandro Lubello dal titolo esplicativo: La guerra in Iran fa tremare la finanza degli Emirati, presenta la situazione attuale con cura, offrendo fotografie in cui sembra di osservare una Cinecittà d’Arabia, dove chi attende sembra aspettare comparse e un ciak che faccia prendere vita al tutto.
Vi consiglio di guardare questa foto di Senna che racconta lo stato attuale di Dubai senza la presenza degli stranieri che l’avevano adottata come luogo di rinascita economica e non solo: FOTO
Il secondo libro, dei tre, che mi porto a casa è “Tecnocina, storia della tecnologia cinese dal 1949 a oggi”, 2023, di Simone Pieranni.
Al contrario di Dubai, la Cina mi ha sempre attratto per la sua cultura, le sue leggende, e a essere sincera perché ho un debole per le illustrazioni di draghi, e tante altre piccole cose che fanno parte del mio patrimonio visivo che non so codificare in modo chiaro, ma so che sono legate a questo grande paese.
Per anni la comunicazione divisiva, in mano agli Stati Uniti, ha cercato di mostrare i lati negativi della Cina. Ma per chi ama la storia, l’archeologia, ed è una persona curiosa, solo la presenza della Grande Muraglia porta a vedere i limiti di quella visione imposta. Poi arrivò Mulan a iniziare a frantumare una certa idea, e per chi ha più lune, c’era già Bruce Lee, le arti marziali.
Non essendo dei grandi osservatori come i nostri avi, facile è per un occidentale confondere i vari popoli dell’asia. Chi sono coloro che copiavano tutte le tecnologie europee? Cinesi o Giapponesi?
Dall’Oriente sono arrivati due modi di entrare in contatto con la tecnologia dell’Occidente per poi svilupparla in base alle proprie caratteristiche. Il Giappone fotografava, osservava e poi replicava. Chi non rimane sorpreso davanti alla Tokyo Tower che non è altro che una versione glam, rossa e gialla della più nota torre parigina? La Cina sceglie un’altra via, quella dell’ingegneria inversa: smontare per capire. Ed eccoli che oggi entrambi sono delle eccellenze del mercato mondiale, il primo nell’eccellenza del dettaglio, il secondo nella tecnologia d’impatto globale.
Ricordo ancora la sorpresa del mondo quando il 20 gennaio 2025 la Cina, dopo un momento di meraviglia dovuta alla consapevolezza dell’esistenza dell’Intelligenza Artificiale che si affacciava dalla Silicon Valley, rilasciò DeepSeek (R1), un sistema migliore di quello americano e soprattutto open. Libero. Meno energivoro.
Se gli Stati Uniti volevano prendersi il mercato rendendoci delle falene tonte davanti a una grande fonte di luce, la Cina ci mostrava l’alternativa, senza considerarci dei consumatori, ma proponendoci di diventare parte attiva di questo nuovo sviluppo.
Questo libro di Simone Pieranni so che mi sarà utile per fare un viaggio in questo paese comprendendo ancora di più del loro percorso evolutivo. Qualcosa avevo intuito leggendo la biografia del fondatore di Alibaba, Jack Ma. Ma di storie da sogno di imprenditori ne è pieno il mondo, e spesso hanno il solo scopo di generare frustrazione per chi non ha dei privilegi di nascita e le opportune occasioni fortunate in cui trovarsi per prendere uno slancio verso quello che si vuole essere.
Altra narrazione tossica a stelle e strisce, smontata con intelligenza nel bellissimo saggio “La tirannia del merito” di Michael Sandel.
Naturalmente per chi non ama leggere, ci sono i podcast di Pieranni, utili a scoprire il mondo mentre si puliscono i vetri, in attesa che il sole di primavera diventi protagonista nelle nostre case.
Terzo e ultimo libro che mi porto a casa oggi è “Fattore K” di Paola Laforgia. Nella prefazione compare una parola che dà il senso a tutto questo che sto scrivendo: orientalismo.
Abbiamo avuto una visione acuta, non intensa nel senso comune, ma come apertura mentale minore di 90°, del mondo. L’Oriente, la sua complessità era solo un passatempo, un luogo di cui parlare usando la elle al posto della erre. Ed eccoci ora nel 2026 ringraziare il fatto che negli ultimi anni è stato squarciato il velo che non ci permetteva di cogliere la ricchezza dell’altra parte del mondo.
Il pop coreano, nel mio caso in particolare i BTS, è stato una porta verso una diversa sensibilità.
A questo si affianca Netflix che con il suo catalogo ricco a 360° mi ha permesso di andare oltre ai film da cinema pop scoprendo un modo di comporre le immagini completamente diverso dal mio sentire.
Per chi fa il mestiere della fotografa in occidente ci sono determinate regole di composizione codificate nell’800 eurocentrico, e vederle violate tutte, guardando un dramma coreano diventa una palestra per lo sguardo. Basti pensare a quelle scene in cui un personaggio è schiacciato verso il bordo dell’inquadratura e non al centro, ne in nessuno dei punti chiave della griglia di composizione con cui siamo cresciuti. Un arricchimento che mi porto dentro. Non sono regole che seguo, ma mi permettono di capire perché faccio determinate scelte quando sto pensando a come comporre un’immagine, per poi fare click.
Il cibo coreano non è ancora entrato nella mia alimentazione, mi sono avvicinata a quello giapponese, in 7 viaggi nel Sol Levante, per quanto riguarda il gusto cinese, mi diverto a scoprirlo tra i vicoli delle città italiane, guidata magari da amici che la Cina la conoscono perché per anni l’hanno vissuta.
Questo terzo libro mi permetterà di capire ancora più in profondità questa ondata di cui assaporo la sensibilità, comprendendone le ombre naturalmente.
Non perdo occasione di far scoprire a Francesco i BTS e lo lascio ascoltando Black Swan e guardando il video con la coreografia della MN Dance Company. Pura poesia.
Avrò da leggere in queste sere, e nei prossimi viaggi in treno.
Piano piano mi ricompatto.

