Fotografia, AI, comunicazione visiva: riflessioni post-Ferragosto

E anche questo Ferragosto ce lo siamo lasciati alle spalle.

Prima di riprendere il lavoro voglio concludere alcune cose che ho lasciato a metà sul mio sito come la seconda parte del post Luglio, una foto al giorno.

Inizialmente, del racconto di luglio con una foto al giorno, pensavo di farne un podcast, poi mi sono resa conto che avrebbe avuto più senso in una versione video mostrando le foto; probabilmente lo farò.

Questo post consideratelo un semplice diario, dove cerco di riordinare alcune idee e tenete conto che è la versione pulita di un podcast che ho registrato senza filtri. Lo trovate qui.

A proposito del narrarsi, del raccontare il proprio lavoro, che è alla fine quello che cerco di fare nei miei canali social, ieri ho visto quello che ha fatto il fumettista GIPI, Gianni Pacinotti, che si è creato un set con quattro punti di ripresa per poter raccontare il backstage del suo lavoro, così facendo ha ottenuto una narrazione molto avvincente. Meglio sarebbe dire l’inizio di qualcosa di molto avvincente, se non si arrende. Perché è una scelta che richiede molto lavoro in postproduzione.

 

 

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Un post condiviso da GIPI Gianni Pacinotti (@gipigianni)


Per chi disegna, crea con le mani, è un ottimo modo per raccontarsi. Per chi fa fotografia credo sia un sistema un pochino più complesso. Su Tik Tok è pieno di narrazioni di backstage, di momenti di lavoro sul campo, ma non sono proprio nelle mie corde, anche perché spesso mi adatto a contesti privati, quindi anche nel rispetto della privacy dei clienti, evito certe scelte.

Comunque io il file raw [ lo scatto grezzo, ciò che capta lo strumento macchina fotografica] non lo faccio vedere! Non lo cedo neanche ai clienti. Solo quando faccio lezione me ne servo per spiegare il percorso verso ciò che ho visto nel momento dello scatto.

 

Siete consapevoli che le foto che fanno parte della storia della fotografia sono state sviluppate, migliorate, per enfatizzare il messaggio, per ottenere la visione che ha accompagnato lo scatto?

Il maestro di questa arte è Pablo Inirio.

 

Apro una piccola parentesi.

Qui nel mio sito c’è una parte che si chiama Cose belle in rete, nato nel febbraio del 2021, come reazione a un modo di fare che vedevo sui social di cui ero stanca: molti profili condividevano notizie senza citare la fonte, o peggio manipolavano i testi per sembrare brillanti. C’era l’esigenza di acquisire un’aura di persona interessante, coinvolgente. Stava nascendo la consapevolezza dell’importanza del personal branding e quanto fosse semplice svilupparla in un territorio di analfabeti digitali.

Chi come me, svegliandosi presto, legge i quotidiani, si fa una infarinatura di quello che è successo in rete, spulcia le news più rilevanti anche sui magazine internazionali, ha una sorta di visione già di quello che è successo prima della colazione, quando entra in rete e si trova innondato di gente che ributta fuori quelle informazioni senza citare la fonte, si sente preso in giro. Anzi vede proprio il cinismo di chi deve rafforzare la propria reputazione davanti a una community che percepisce limitata, pigra, che si accontenta di quello che trova sui social.

Questo atteggiamento mi ha portato a sfoltire il miei contatti nei vari social, scendendo da migliaia a poche centinaia, senza soffrirne.

Ho compreso che non ho bisogno di interagire con chi fa rumore.

Stamane leggevo che l’essere umano è una forma di vita che deve interagire con gli altri, si, aggiungo io, imparando a fare una selezione, altrimenti si rischia di vivere da cloni che si riempiono di complimenti, inutilmente, o che cercano di accoltellarsi, sempre inutilmente, in nome del sacro networking, parola che fortunatamente sembra scomparire lentamente.

Da questo fastidio generale che provavo per questo atteggiamento in rete è nata l’idea di raccontare, in modo breve, immediato, le cose belle che incontravo in rete. Fuori dai social e lontano dai loro algoritmi.

Pablo Inirio, con il suo lavoro, fu il protagonista della prima nota che condivisi nel primo volume di Cose belle in rete.

Il motivo per cui partii con Inirio è legato al fatto che poco prima mi era capitato di confrontarmi con una persona su alcuni aspetti della fotografia, ad un certo punto disse che lui non modificava le foto perché la sua era fotografia vera.

Era una persona di una certa età, e non me la sono sentita di spostare l’asse della conversazione verso la polemica, mi sono detta che probabilmente non aveva interesse a conoscere strumenti come Camera Raw, Lightroom, o Snapseed, per chi usa principalmente lo smartphone. A lui andava bene il file piatto generato dallo strumento.

Questo atteggiamento poco lo tollero invece quando si tratta di immagini da affiancare alle notizie.

Infatti quando vedo i quotidiani, da quelli locali a quelli nazionali, che usano delle immagini sgranate, inadeguate, non ragionate, mi viene da pensare che quando queste avevano un costo molto alto, c’era una cura e una selezione, che ora sembra inutile, e invece si fa solo danno, specialmente in un momento in cui si dovrebbe educare lo sguardo.

La rete è piena di esempi in cui si fa notare come il taglio di un’immagine può completamente distorcere il messaggio. Ma questo non vuol dire scattare e buttarle tra le parole stampate, come a soddisfare solo l’esigenza di riempire un vuoto bianco, niente più.

 

A tal proposito vi consiglio il bellissimo libro Get The Picture di J.G. Morris, che da editor di Life e non solo, racconta tutto quello che è stato il rapporto tra le informazioni e le immagini, in un periodo in cui non c’era questa sovrabbondanza.

Leggendo questo libro ho scoperto la storia dei campi di concentramento, in America, che hanno interessato la comunità giapponese. Storia che poi mi è tornata d’avanti quando ho avuto la possibilità di conoscere e di fotografare uno dei più grandi artisti, di Hanna Barbera, Willie Ito, figlio di immigrati giapponesi.

Oggi, grazie alla sua volontà, e al supporto di una bella squadra di artisti, quella storia sta prendendo corpo in un film d’animazione basato sul racconto Hello Maggie, che narra l’amicizia tra i bambini del campo di concentramento e un uccellino dal nome Maggie.

 

Tornando a J.G. Morris, nel suo libro spiega la difficoltà che ebbe quando ricevette le foto del campo di concentramento. Perché non potevano essere pubblicate, mettevano in difficoltà la propaganda americana, poiché la comunità giapponese era ben vista.

Questo è un aspetto pesante da accettare, però funziona così: le immagini comunicano, muovono i sentimenti quindi gestirle è importante.

Ora non abbiamo più questo filtro.

Si scatta, e senza valutare le conseguenze, tutto viene buttato in rete, pubblicato con l’ansia di essere i primi, per prendere più like, più visualizzazioni, con la fame di dati da mostrare a eventuali inserzionisti o sponsor.

A questa totale incoscienza aggiungiamo, ora, la possibilità di creare immagini ad hoc con l’uso dell’intelligenza artificiale, cercando di sfruttarne il potere comunicativo, unito alla poca propensione a verificare le fonti.

Qualche mese fa era semplice comprendere quando un’immagine era generata con l’AI, bastava osservare le mani, le aree con movimenti del corpo articolati. Ora è diventato difficile, riesco ancora a notare una certa perfezione della pelle che mi indica un’immagine generata, ma gli utenti che sanno scrivere bene i prompt [ i comandi descrittivi per generare contenuti ] riescono a fare delle cose incredibili, a tal punto da essere considerati veri e propri artisti.

Uno di questi è Caspar Jade, incontrato su tik tok, le cui creazioni mi hanno fatto venir voglia di saper fare foto come quelle, dense storie non definite. Non ho la passione per le foto di moda e inoltre non ne ho l’adeguata cultura. Però certe immagini oniriche mi affascinano, e una parte di me vorrebbe essere in grado di progettarle e scattarle.

 

 

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L’effetto del suo lavoro mi si collega ad un altro artista, che usa il digitale, partendo però dalla matita, dall’acquerello.

In occasione dell’Extra Tour ho conosciuto Gianluca Folì, illustratore che crea immagini eccezionali generate dalla sua intelligenza, dalla sua competenza e creatività, tutti elementi che gli permettono di manipolare lo spazio e le forme. Ogni volta che le osservo mi trovo a chiedermi come riuscire a raggiungere quella poetica a tratti folle, ma poi mi rendo conto che è qualcosa che è strettamente legata alla personalità. Non sono come lui, ma questo non mi impedisce di imparare qualcosa di nuovo, attraverso il suo lavoro, da poter elaborare via via che fotografo.

Non si deve mai smettere di studiare e ricercare, per non perdersi.

Vi lascio qui un’intervista, che ha rilasciato qualche anno fa, utile per chi si occupa di comunicazione visiva, perché c’è tutto quello che costituisce la base di questo mestiere: l’onestà intellettuale, il rispetto, l’etica e un approccio all’immagine come deve essere.

 

 

Abbiamo lasciato il secolo del rumore, quello cavalcato dalla rivoluzione industriale dai suoi suoni, e stiamo attraversando quello del visivo, delle immagini, e per farlo nel miglior modo possibile dobbiamo studiare, ricercare, sempre.

Tornando a Pablo Inirio, vi consiglio si scoprire la sua storia e il suo lavoro in camera oscura. La Magnum ha compreso il suo valore a tal punto da mettere in vendita i suoi lavori di sviluppo.

Posso concludere riunendo tutte queste informazioni in due parole: competenza e visione.

La prima la alleni, la seconda la devi nutrire con la curiosità e la continua voglia di imparare cose nuove.

 

P.S. L’immagine di copertina è la foto che ho fatto a mia madre, con la quale ho affrontato il 15 agosto.

Con la fotografia, la grafica e video mi prendo cura della presenza online di artigiani e artisti, guidandoli nel comprendere la potenziale della rete, in sicurezza.

Colgo e comunico la poesia del quotidiano.