Giocando con l’AI
Ora che i sistemi generativi sono alla portata di tutti, come possono i creativi e le creative sopravvivere?
Mi è capitato ultimamente di poter spulciare lo splendido portfolio di un’artista digitale che per anni si è sentita al sicuro, lavorando per un’azienda che le garantiva un ottimo stipendio; tale stipendio che le ha permesso di fare il salto della convivenza in una delle città europee meno economiche.
Ma qualcosa si è rotto.
Anzi, qualcosa è diventato così economicamente vantaggioso per l’azienda che, senza fare misteri del perché, l’ha licenziata, dicendole infatti che quello che lei realizzava era fattibile con una delle tante AI.
Si è rotta la campana di cristallo che proteggeva quel senso eroico delle aziende, che le portava a voler dare ai clienti qualcosa di unico, attraverso lo sguardo umano di una persona che padroneggia il linguaggio delle immagini, con un forte tocco personale. Questa era la parte viva di una narrazione di alto livello: la cura.
Alla fine, l’aspetto economico, ottimo alibi, in un sistema capitalista in agonia, vince.
L’accessibilità dell’AI permette di risparmiare tempo, soldi, e relazioni umane a chi è solo interessato a mandare un input visivo agli utenti, cercando di spingerli ad acquistare qualcosa che hanno già.
La storia dello sguardo umano può tranquillamente andare a farsi fottere, se questo può essere simulato da un calcolatore velocissimo.
Dai, siamo sinceri, di tutto quello che vedete in rete, in tv, sui cartelloni, cosa veramente vi è utile?
Mentre scrivo queste parole, mi si aprono diversi livelli di approccio a questa tematica.
Mi scuso con chi legge o ascolta, ma divagherò, moltissimo. Anche se ho scoperto che è una caratteristica di chi è nato sotto il segno del cancro ( sono nata il 17 luglio, se volete metterlo in agenda per farmi dei graditi auguri umani).
Chi ancora vive i social con un occhio passivo, ma vigile, avrà notato che negli ultimi mesi i contenuti sembrano raccontare un’unica azienda, un unico professionista, un’unica narratrice.
La voce, il mood, lo stile che ci arriva è lo stesso. Come se tutte queste figure siano i dipendenti della stessa azienda. Si tratta di contributi sviluppati con l’AI, messi in rete da esseri umani, per ora, con lo scopo di intrattenervi, sfruttando le chiavi della viralità.
Conoscete l’acronimo SNARF?
Ti segnalo questo articolo molto interessante dove l’ho scoperto. I 5 ingredienti della viralità.
Sta a indicare Stakes, Novelty, Anger, Retention e Fear.
Ora pensate ai contenuti che iniziano in modo esagerato, come se dovessero dirvi la verità che vi salverà la vita, che vi renderà ricchi, famosi o magri in brevissimo tempo; pensate anche a quelli che, in modo fortemente emotivo, stanno per dirvi qualcosa di nuovo, che stanno per condividere con voi una grandissima novità, oppure pensate a quelli che vi indignano, per un maltrattamento, per un’ingiustizia che percepite per la vostra situazione per il vostro status, e ora portate la vostra memoria a quei contenuti che ti trattengono per diversi secondi, o minuti, e poi BAM! Niente da fare dovete attendere, e aspettare la Parte 2. E poi pensate a chi vi inocula paura, sul prossimo, sul diverso, su ciò che non volete studiare o conoscere, e che giudicare semplicemente appoggiando lo sguardo su una figura con un bel testo.
Ecco, tutto questo è SNARF. Materiale studiato per essere virale, non certo per accrescere le vostre conoscenze o competenze. Ma solo televendita digitale. Della peggior specie. Non è un caso che molta della comunicazione politica, con la p minuscola, segua questo meccanismo, con grande successo. E con grande stupore di chi, forte di certi privilegi, si permette di sminuire chi la subisce.
Si tratta di materiale studiato a tavolino e, quando funziona, simulato da diverse migliaia di creatori di contenuti interessati a guadagnare dalle visualizzazioni. Ed ecco che tutto sembra generato dalla stessa mente, dalla stessa azienda.
Naturalmente ci sono le eccezioni. Altrimenti sarei già sulla riva di un lago a lanciare sassi piatti per sgranchirmi le ossa tra le lettura di un libro e lo scrivere un racconto invece di stare in rete.
Un tale contesto, immaginiamolo per un istante senza AI, come può accogliere creativi e creativi? Esiste il meccanismo delle nicchie. Circuiti in cui chi osserva apprezza perché comprende, ma questi possono sostenere economicamente un esercito di artisti? di artiste? Vorrei dire di si.
Quando parlo di creativi e artisti mi riferisco a chi lo fa di mestiere. Di chi per intenderci ci vive con quello che fa. Ogni essere umano è creativo.
Il portfolio che ho potuto visionare è eccezionale, ed ora quella ragazza si trova a dover rimettersi in gioco, ha inviato cv e non ha ricevuto risposta, sembra che il mondo dell’intrattenimento sia in crisi, ossia, nel momento della scelta (*origine della parola crisi) scelga la macchina simulatrice.
Dal secolo del rumore, della rivoluzione industriale, siamo passati al secolo del visivo, basato sulle immagini. Immagini che ci modellano un determinato pensiero, da quello distruttivo manipolatorio sulle persone che non rientrano in determinati canoni, a quelli deformanti sull’arte che ci porta a tollerare della merda, che ha il solo scopo di far muovere investimenti non certo di contribuire al patrimonio dell’umanità.
I creativi e le creative, facendolo per mestiere, naturalmente prestano le loro competenze per veicolare i messaggi del marketing, andando indietro nel tempo pensiamo agli splendidi cartelloni per il cinema di Nano Campeggi, alle storiche illustrazioni della Vespa, e spingendoci ai tempi più recenti buttare un occhio al Worl Illustration Awards e fatevi coccolare gli occhi e stimolare le idee.
Il maggior numero di immagini che abbiamo intorno a noi ci raccontano di prodotti, di servizi, poi c’è una piccolissima parte di opere che sono lì per farci riflettere, o solo per lasciarci riposare lo sguardo su qualcosa che unisce un aspetto tecnico materico a sensazioni private, fino a portarci a vivere un poetico un istante di riposo.
Vorrei essere ottimistica, e in fondo al cuore lo sono, so che ciò che sarà realizzato da mano umana, come le forme più alte di artigianato acquisiranno un valore unico, ma nel mentre saremmo travolti da una valanga di prodotti estetici generati da un unico pensiero, nutrito e mantenuto da un sistema economico che ha le sue radici in un passato lontano, dove l’essere umano povero era carne da macello per quello ricco.
Ora è lo sguardo disarmato a dover affrontare la violenza di una comunicazione estrema che ha la malcelata voglia di rimodellare la memoria.
Restiamo umani.


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