Il piccolo supereroe che abbiamo dentro

Questo dovrebbe essere un dettato mentale, l’esercizio che cerco di fare quotidianamente con la scrittura, ma sono consapevole che è qualcosa che nasce già con la voglia di essere pubblicato, di non restare nel mio diario personale, perché spero di incontrare altri punti di vista che mi permettano di consolidare questo mio pensiero o, perlomeno, di dargli un senso che non sia solo quello dell’autocompiacimento.

Oggi ho ritrovato un caro amico con il quale è partito un confronto sull’approccio con l’AI. Sul perché sembra portarci in alto per poi farci ritrovare, stanchi, in un punto che percepiamo più basso di quello di partenza, con addosso un senso di malinconia misto allo stupore per averlo permesso.

Per aver concesso a una sequenza matematica di entrare nel nostro intimo.

Una bella videochiamata, sì, ne faccio, di circa un’ora.

C’è un aspetto dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale che forse non abbiamo tenuto abbastanza in considerazione: la possibilità che ci faccia sentire, finalmente, il supereroe che avevamo sognato di diventare da piccoli.

Quando eravamo bambini vedevamo intorno a noi delle ingiustizie. Potevano colpire i nostri amici, i nostri genitori oppure noi stessi. E fantasticavamo di avere la forza necessaria per intervenire, aggiustare le cose, difendere qualcuno, rimettere il mondo nel verso giusto.

Poi siamo cresciuti.

E quel piccolo Iron Man è rimasto da qualche parte dentro il nostro cuoricino.

Ogni tanto esce fuori sotto la doccia, dopo una discussione, quando ripensiamo a tutte le cose che avremmo potuto dire e non abbiamo detto, ai gesti che avremmo voluto fare e non abbiamo avuto il coraggio di fare.

Poi è arrivata l’intelligenza artificiale, l’AI.

Improvvisamente abbiamo tra le mani uno strumento capace di amplificare moltissime cose. Possiamo scrivere meglio, disegnare ciò che non sappiamo disegnare, organizzare quantità enormi di informazioni, trovare scorciatoie per apprendere più velocemente, produrre di più, trasformare un’intuizione in qualcosa di concreto.

Quel piccolo supereroe sembra finalmente poter prendere il controllo della situazione senza che un nostro timore faccia da freno.

A ogni click diventa forte, diventa grande.

Ed è proprio qui che bisogna stare attenti.

Perché questo supporto tecnologico può migliorare enormemente quello che facciamo, ma non necessariamente può curare quello che abbiamo dentro.

Anzi, quella sensazione di potere può diventare una forma di dipendenza.

Oggi, parlando con questo amico che ha attraversato questo assorbimento ed è riuscito a uscirne, ci siamo chiesti a quante persone stia capitando qualcosa di simile.

A freddo mi viene in mente una citazione che ho salvato durante la lettura del libro che racconta il pensiero di Peter Thiel:

«Le reti uniscono le persone, trasformano fiducia e abitudine in un vantaggio difficile da scalfire.»

L’anima nera della Silicon Valley. La vera storia di Peter Thiel, scritto da Luca Ciarrocca ed edito da Fuoriscena.

Questa citazione parlava della fiducia necessaria per entrare nella casa di uno sconosciuto come alternativa a un albergo: uno dei meccanismi alla base del successo di Airbnb.

Ma se passiamo dalla fiducia in un servizio alla fiducia in un supporto emotivo e lavorativo, che possiamo utilizzare in qualsiasi istante della nostra giornata e portare sempre con noi in tasca, cosa succede?

Se la fiducia può rendere normale dormire nella casa di uno sconosciuto, cosa accade quando la stessa familiarità riguarda uno strumento al quale affidiamo pensieri, lavoro, paure e fragilità?

Semplice.

Il servizio diventa il One Piece! Qualcosa di preziosissimo, desiderabile, capace di promettere un potere enorme a chi riesce a possederlo e controllarlo.

E forse proprio perché ci fidiamo così tanto del nostro socio digitale rischiamo di smettere di interrogarci su ciò che questa tecnologia comporta, per noi e per il mondo tangibile.

Non voglio farla lunga.

Tornando alla videochiamata di oggi, mentre parlavo con questo amico continuavo a pensare a una cosa molto semplice: le intelligenze artificiali sono strumenti meravigliosi, ma non sono esseri biologici.

Non importa quanto possa sembrare naturale una conversazione.

Dietro una risposta ci sono modelli statistici addestrati su enormi quantità di dati, calcoli di probabilità e la capacità di interpretare quello che diciamo, il modo in cui lo diciamo e il contesto nel quale lo diciamo, cercando di produrre una risposta pertinente nel minor tempo possibile.

Il risultato può essere l’illusione di avere davanti qualcuno che ci comprende.

Ma in realtà manca qualcosa.

Manca quella meravigliosa vena di follia che appartiene agli esseri umani.

Quella per cui puoi arrivare da un’amica piena di entusiasmo, raccontarle una tua elaboratissima teoria e sentirti rispondere, con un sorriso:

«Ma a me che cazzo me ne frega? Io sono una superficiale, di queste cose non mi interesso!»

E tu rimani lì.

Spiazzata.

Oppure pubblichi qualcosa sui social, convinta di aver scritto un pensiero meraviglioso, e un’amica ti dice:

«Ma mi spieghi cosa volevi dire con quello che hai scritto su Facebook? Io non c’ho capito niente. Ma a chi scrivi?»

Ecco.

A volte abbiamo bisogno esattamente di questo.

Io ne ho bisogno.

Non di qualcuno che riesca sempre a comprendere quello che volevamo dire, ma di qualcuno che non lo abbia capito.

Perché improvvisamente torno in una posizione molto più umana, consapevole che devo imparare a comunicare meglio.

Mi chiedo se forse sono stata troppo autoreferenziale, prendo atto che quello che nella mia testa era chiarissimo, fuori dalla mia testa non lo era affatto.

Così mi ritrovo a ricominciare da capo, perché voglio che questa amica mi comprenda.

 

Collaborare con un’intelligenza artificiale, allora, non dovrebbe significare nutrire quel piccolo supereroe fino a convincerci di essere diventati invincibili.

Dovrebbe significare avere uno strumento con cui limare, migliorare, smussare alcune parti di ciò che facciamo.

Abbiamo a disposizione uno strumento potentissimo, certamente, ma appunto uno strumento.

Il controllo deve rimanere razionale e umano.

 

Dobbiamo continuare a essere persone: frequentare altre persone, essere contraddetti, annoiati, delusi, fraintesi. Sentirci dire qualche volta che quello che abbiamo scritto è una cazzata.

E dobbiamo persino conservare una cosa che probabilmente vorremmo eliminare più di tutte: il dolore.

Non credo che le nostre ferite possano essere cancellate.

 

Possiamo comprenderle, possiamo imparare a conviverci, possiamo evitare che incidano su ogni nostra scelta. Ma non possiamo tornare indietro e impedire che ciò che è accaduto sia successo.

E non dobbiamo neanche costruire strumenti sempre più potenti nella speranza segreta di poter finalmente pareggiare i conti.

Perché da qualche parte, insieme a quel piccolo supereroe nato davanti alle ingiustizie, può esserci ancora il bambino che pensa: un giorno sarò abbastanza forte e allora sistemerò tutto.

Ma crescere forse significa anche dirgli che non sistemeremo tutto.

Che alcune cose resteranno ingiuste.

Che alcune ferite resteranno con noi.

E soprattutto che vendicarsi non restituirà quello che abbiamo perduto.

Una vita costruita intorno all’idea di pareggiare i conti con il passato è una vita ancora governata dal passato.

E sarebbe un peccato avere finalmente tra le mani strumenti capaci di farci fare cose che un tempo sembravano impossibili, per poi utilizzarli soltanto per continuare a vivere dentro ciò che è già successo.

 

Il piccolo supereroe può restare.

Ma forse non deve salvarci.

Può semplicemente aiutarci a fare qualcosa di buono con il tempo che abbiamo davanti.

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