Il profumo della semplicità

Devo ammettere che questo titolo è figlio di diverse revisioni, non volevo fosse subito chiaro il soggetto di questo contributo per evitare di sbucare in qualche ricerca di chi ha deciso di intraprendere la nuova avventura collettiva che sembra aver coinvolto il mondo civilizzato dell’aperitivo e del cibo a domicilio: fare il pane in casa.

Tutto questo fiorire di qualcosa che viene riconosciuto come un dono frutto dell’uso intelligente del pollice opponibile e i suoi quattro amici mi fa intuire che c’è veramente del buono in ognuno di noi.

Spulciando in rete vedo persone che per la prima volta si rendono conto che non esiste solo la caccia come modo per procurarsi del cibo in modo indipendente, ma che questo SI PUÒ FARE!

Usciamo da un decennio di input mangerecci imbarazzanti, ma questo non vuol dire che avessero la capacità di invogliare a fare, erano, e sono, solo materiale riempitivo in un vuoto di idee del mondo dell’intrattenimento, solo chi ha già più di 4 attrezzi in cucina sintonizza i neuroni su quei contenuti, per gli altri è solo rumore, carino, ma rumore visivo, praticamente pinterest con le vocine.

Ma in questo periodo veder fare il pane ammorbidisce il mio cuore perché in quei gesti, e nel condividerli, ci trovo lo stupore di chi scopre che le proprie mani hanno una memoria antica, hanno una storia che vogliono vivere, raccontare, ignorata per anni che ora prepotentemente ti riporta a comprendere chi sei e cosa puoi fare.

Il mio lavoro mi permette di incontrare persone che amano cucinare e lo fanno per professione.

Qualche anno fa mi trovai a fotografare una cucina guidata da una fantastica chef, Entina, a un tratto uscì il discorso del “fare il pane”. In quella cucina, piccola, caldissima, tutto rallentò, mentre lei mi spiegava quanta maternità ci fosse nel fare il pane, intorno a lei scomparvero tutti, c’era solo quella pagnotta che veniva impastata con forza e cura. Tra le ricette complesse e la presenza di ogni tipo di ingrediente lei si concentrò lì, vidi tutto il suo calore umano e l’Amore che venivano impastati insieme alla farina e agli altri ingredienti. Fu per me un dono bellissimo.

In casa mia non si faceva il pane, questo vale sia per la versione 1.0 che per la versione 2.0, sono stata adottata, ogni volta che incontro chi mi racconta il suo amore per fare il pane sento di ricevere un grande onore.

Poi c’è Maria. Ah Maria è colei che ti fa ringraziare il cielo per il fatto che i racconti sul cibo non facciano ingrassare. I suoi occhi si illuminano e le sue mani danzano quando ci spiega come fa il pane. Praticamente è il canto delle sirene di Ulisse da cui riusciamo sempre a salvarci con “Dani è intollerante al glutine”, cala il silenzio, le si addolcisce lo sguardo, percepiamo la pena che le facciamo… ma restano bellissimi i suoi racconti che con la quarantena tornano vivi e lucenti grazie al fatto che ha tolto la polvere dai sui account social e mostra le sue creazioni.

Tutto questo veder fare il pane mi ha risvegliato un ricordo a cui non pensavo di essere così affezionata: il profumo del pane appena sfornato che aleggiava tra i vicoli della città in cui ho passato i miei primi anni di vita.

Ho sempre visto di spalle quell’uomo e il suo cesto di pani che portava di casa in casa, non ricordo di averlo visto in casa, sentivo quel profumo e quando mi affacciavo dal portone era già oltre.

In qualche modo ieri ho fatto il pane anch’io, ricordando quel momento.

p.s. per tutti gli amici del mondo dell’animazione: abbiate pietà!

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