Il treno dei cuori infranti
Ci sono persone che, in maniera del tutto naturale, si fanno carico dei dolori altrui cercando di lenirli, ma non sempre ci riescono, e allora le vedi camminare con lo sguardo malinconico di chi si sente disarmato ingiustamente, perché consapevoli che, per essere felici, a volte basta veramente poco.
Cedere a un cioccolatino in più, un minuto in più nel parco della clinica, o lasciar che una foglia autunnale si posi sul cuscino per far compagnia a un sognatore, era stupidamente proibito.
Giorgio era stanco.
Non del suo lavoro.
Aveva sempre in tasca un cioccolatino in più, e regolava l’orologio vicino al finestrone che dava sul parco, spostandolo indietro di qualche minuto. Senza farsi notare.
Il dubbio generale tra ciò che segnavano gli smartphone e l’orologio appeso alla parete generava un momento in più nel verde per i pazienti, e un fastidio da gestire per il personale. Tempo prezioso.
Mentre passeggiava con i suoi amici speciali — che trattava come se fossero normali, così mormorava alle sue spalle il personale — Giorgio era solito raccogliere le foglie secche che avevano colpito l’interesse generale, le metteva da parte e, prima del giro notturno di prassi, le portava una a una ai loro nuovi amici.
Rientrato a casa, si lasciava andare sul divano, sfinito dalla quantità di storie che ascoltava e per le quali non aveva soluzione.
In particolare, erano quelle d’amore a devastarlo.
Perché lui aveva scelto per se stesso, in modo lucido.
Loro no: erano stati gli affetti più cari, come si presentavano a lui, a decidere per loro la cosiddetta “giusta soluzione” che spesso significava una solitudine sedata, quando non finivano nella clinica che gestiva.
Uomo solo per scelta d’onore, si potrebbe dire.
Giorgio non era riuscito a dimenticare il suo grande amore, perché non aveva mai sentito il bisogno di farlo.
Quel sentimento — lo riconosceva lui stesso — era il compagno poeta che gli permetteva di restare umano.
Seduto in sala, guardava le stampe delle foto che aveva inviato a Eli.
Era bello il dialogo con lei, così dolce ma anche così concentrata nel suo mondo d’artista.
Lei non aveva bisogno di lui, e questo lo faceva sentire un uomo sereno.
Era l’unica persona a cui si sarebbe affidato senza alcun dubbio, non perché lei fosse forte o avesse poteri particolari: lei era semplicemente casa. Rifugio.
Un bene così prezioso che, quando Giorgio stava per dichiararsi, si rese conto che le avrebbe fatto solo del male con il suo carattere infantile.
Uomo ligio al lavoro ma sciocco nel privato, non voleva appesantire quella preziosa creatura, dal passo leggero e dalle risposte che arrivavano lente ma dense.
Le sue parole erano utili a Giorgio, che grazie a lei riusciva a comprendere ancor meglio certe situazioni che, da solo, avrebbe analizzato solo in modo scientifico. Con lei era tutto completo.
Aveva ancora i regali che le aveva comprato, lettere scritte e tante foto da raccontarle. Non ne sentiva il peso.
Quando Giorgio chiudeva la porta dietro di sé, partiva in automatico la playlist che lei aveva creato, e tutta la casa si riempiva della sua presenza.
Passando davanti alle finestre del suo appartamento, si vedeva un uomo parlare da solo, sorridente e felice.
Forse la cosa più malinconica che si potesse vedere in città, se si era consapevoli che quell’uomo parlava da solo; ma la presenza dei piccoli auricolari tranquillizzava le menti benpensanti. “Sarà sicuramente al telefono”, si dicevano.
Giorgio aveva proposto qualche mese prima una gita d’arte sia per i pazienti che per il personale, ma a patto che tutti e tutte potessero partecipare.
L’idea di comunità, per lui, era importante: sapeva che ognuna di quelle creature era importante per un’altra, e non voleva creare tensioni o inutili stati d’ansia.
Non aveva ricevuto il finanziamento che si aspettava, quindi doveva trovare una soluzione per spostare i suoi pazienti in modo sicuro.
Si ricordò che da giovane, per arrivare al museo dove voleva portarli, era solito viaggiare sui regionali, facendo una sola fermata, ma in treni praticamente vuoti nelle ore centrali, perfetti per la situazione attuale.
Tutti i pazienti volevano sedersi sul sedile affianco al finestrino, e visto che il treno era praticamente vuoto occuparono un intero vagone, distribuendo tutta la loro curiosità.
A un certo punto Giorgio notò un borbottio strano. Iniziò a indagare, e con grande sorpresa vide che tutte quelle splendide creature erano alle prese con il proprio riflesso, ma non stavano parlando con se stesse: era come se avessero incontrato qualcuno che non vedevano da molto tempo.
Qualcuna piangeva, in modo silenzioso, mentre accarezzava il riflesso che fissava.
Giorgio si avvicinò alla paziente più comunicativa e le chiese come stesse andando il viaggio.
— Dottore che sorpresa grande che ci ha fatto!
— Io?
— Non vede che possiamo parlare con i nostri amori?
Giorgio non comprese subito, si alzò nuovamente in piedi e, osservando la scena, immaginandosi cosa intendesse la paziente, si accorse che il treno era stracolmo di coppiette, costituite da una persona tangibile e da una presente nel riflesso. C’era una strana energia in quel trenino regionale.
Si rese conto che tutte quelle storie d’amore di cui si era fatto custode ora avevano la possibilità di essere nuovamente vissute: alcune rotture venivano chiarite, altri amori ancora si fissavano in silenzio, cercando di dirsi tutto il possibile con lo sguardo.
Al rientro da quella strana giornata, Giorgio decise di fare un controllo generale sullo stato della salute dei suoi pazienti: era sicuro che qualcosa fosse cambiato in loro, ed effettivamente i parametri di salute erano tutti migliorati.
Decise di trasformare quel viaggio in un’attività settimanale, e per convincere il personale mostrò loro i vari miglioramenti. Erano dati obiettivi. Questo rese la clinica molto famosa nella zona. Molti cuori spezzati si presentavano alla stazione anche solo per condividere quel viaggio magico, ma non vivevano ciò che era concesso ai pazienti di Giorgio. Erano destinati a un amore vero: dovevano solo avere pazienza, perché il loro cuore non era veramente spezzato.
Qualche anno dopo, quando ormai il treno dei cuori infranti divenne una forma di cura, la demenza iniziò a bussare alla sua porta e Giorgio decise di viverne il lato positivo. A lui non bastava un vagone: iniziò a parlare con Eli ovunque. Le chiedeva consigli sugli acquisti, facevano lenti viaggi in treno dove lui le raccontava di ogni cosa e le chiedeva curioso un suo parere, le leggeva ad alta voce interi passi di articoli che trovava interessanti. L’unica cosa che non faceva era mangiare con lei, perché, nel suo bistrò di fiducia, si sapeva della malattia e anche se lui ordinava per se stesso e consigliava a Eli un piatto particolare da assaggiare, quello non veniva portato a tavola, e lei, gentilissima, non lo faceva notare.
Giorgio era lì.
Un uomo su una panchina del parco di quella che fu la sua clinica, che parlava da solo, almeno è questo quello che vedevano gli altri.
Giorgio era con Eli, felice: questo vedeva il suo cuore, mentre la sua mente, complice, rafforzava ogni giorno la sua presenza.
Giorgio era lì con lei.
Questo era tutto.

