Incontri, cartoline e geografia dei luoghi | Memorie d’agosto

Ho l’abitudine di scrivere un dettato mentale a fine giornata, a volte capita che quello che nasce semplicemente come un modo per scaricare la mente dal sovraccarico si trasformi in qualcosa che voglio condividere.
Rileggendo quello che scrissi il 2 agosto 2026, oggi mi vien voglia di condividerlo.
Grazie del tuo tempo.

Agosto è iniziato ieri e, essendo un sabato, come da tradizione mi sono diretta dal mio edicolante di fiducia per prendere Internazionale e il manifesto, e poi sarei andata nel bar dove solitamente scrocco la lettura dei quotidiani di zona.

Ho scritto sarei andata se non fosse che ho intravisto Nello, stanco, che probabilmente si stava riprendendo dalla fatica delle scalette della Morte: il collegamento urbanistico più breve tra il centro storico e il supermercato, con una pendenza che con la parola penitenza ha ben in comune le prime tre lettere e il dolore che lascia nel corpo.

Nello indossa la camicia come se fosse il mantello di Superman, appoggiata sulle spalle, sopra una canottiera bianca, che lo rende la persona anziana più normale che si possa incontrare in un paesotto di provincia.

Nello scrive poesie.

La prima volta che lo aiutai con la spesa me ne regalò alcune e mi lasciò addosso un senso di buono, come quello del profumo del pane appena sfornato. Le poesie sono pagnotte da gustare con le papille della mente. Lo sto scoprendo.

Questa volta decido di fare più strada con lui e mi lascio raccontare della sua vita.

Lo accompagno fino al suo portone e me ne torno sui miei passi.

In questi giorni la rete strabocca di quell’esigenza governativa di distrarre la popolazione dai veri problemi del Paese, che mi fa comprendere le conseguenze amare dell’aver limitato lo studio della geografia.

L’esigenza di riempire le pance vuote con l’odio è talmente urgente che non importa la fattibilità, la correttezza di ciò che si dice: l’importante è rendere accessibile a chiunque l’amaro menù. Nello è la cura per lavarmi di dosso la malinconia.

Mentre con Nello andavamo verso casa sua, a memoria mi ha declamato una sua poesia scritta per omaggiare Firenze. Ascoltandolo mi chiedevo quanto tempo avesse passato tra i suoi vicoli e le sue colline per raccontarla così bene a me, che ci ho vissuto vent’anni.

La sua risposta mi spiazza.

– Firenze io l’ho vista il tempo di percorrere col bus la distanza tra la stazione del treno e lo stadio.

Nello andava a vedere Fiorentina-Milan, e lui è milanista.

Mi è tornato in mente il marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona che costruì il Castello di Sammezzano basandosi su quello che gli veniva raccontato e sui libri e le cartoline che gli arrivavano. Non aveva mai visitato i luoghi che ha ricostruito, eppure, attraversando il suo castello, si ha l’impressione di avere il privilegio di camminare tra i vicoli della memoria di chi quei luoghi li ha talmente amati da trasformare il suo spazio privato in un istante da rivivere, oggi, grazie al gesso.

Poi c’è lui, Kotabe-san, che non riuscì a venire in Italia per lavorare su Marco, dagli Appennini alle Ande perché bloccato dal colpo della strega dopo aver lavorato su Heidi, e quindi si dovette basare sui libri con illustrazioni e sulle cartoline, su tutto quello che gli amici e le amiche che sapevano del suo lavoro gli inviavano per fargli assorbire l’atmosfera di quell’Italia dell’emigrazione.

Quando lo incontrai nel suo primo viaggio in Italia, con un sorriso timido disse:

– Non ho poi fatto un cattivo lavoro.

Ah, bella la sua lezione su quanto sia importante riuscire a lasciare una traccia di sé nella storia dell’animazione, riuscendo a dare vita all’acqua. Era quella la sfida tra gli animatori della sua generazione.

Mi rendo conto di quanto sia bello immaginare quando si ha padronanza delle basi dei mondi che vogliamo percorrere con la fantasia e nei quali vogliamo portare gli altri.

Nello mi racconta dell’atmosfera, dei colori, e resto incantata pensando che sia tutto frutto della sua immaginazione, che si è nutrita di quei brevi viaggi tra la stazione e lo stadio, ma anche delle tante ore passate a studiare geografia.

– Ci facevano studiare seriamente la geografia!

Oggi li percorriamo, li mastichiamo, li postiamo, e non riusciamo a farne un tesoro così denso da esternarlo con delicatezza, lasciando addosso a chi ci ascolta l’idea di aver avuto accesso a un privato prezioso.

Mi torna in mente un podcast in cui veniva spiegato che la semplificazione dello studio della geografia è arrivata fino a quella più prossima a noi: quella del nostro quartiere.

Quando eravamo piccole personcine ci veniva chiesto di scoprire chi fosse la persona che dava il nome alla nostra via e a quelle vicine, così che, conoscendo un quartiere, ci appropriavamo anche della sua storia. Un esercizio bellissimo.

Ma, se ci fate caso, ora i cartelli vengono semplificati. Iniziano a scomparire le date di nascita e di morte, quindi la possibilità di collegare quella figura a un determinato periodo storico; poi si fa economia su ciò che caratterizzava quella persona: l’essere scienziata, filosofa, artista, politica, fino a semplificare il nome mettendo solo la lettera iniziale e un punto.

Si fa economia.

Si risparmia anche culturalmente.

Le vie prendono semplicemente cognomi qualunque, che memorizzi facilmente e che non ti raccontano niente.

Prendete questo esempio:

Via Maria Montessori
educatrice e pedagogista
1870–1952

non comunica la stessa quantità di mondo di:

Via M. Montessori

Appena ritrovo questo podcast lo inglobo in questo post.

Cercando un finale, mi viene solo da scrivere che vivere lentamente i luoghi che attraversiamo deve darci modo di porci delle domande, le cui risposte devono portarci a sentirci ancora più sereni e sicuri nell’attraversarli, rendendoli parte viva della nostra storia.

Scattate una foto, ma che sia oltre il «Guardate dove sono e invidiatemi!».

E se siete fermi e pensate di non poter fare niente, pensate al fotografo Araki che, dopo la morte della moglie, continuò a scattare foto dal balcone di casa loro al cielo. Il progetto si chiama Sentimental Sky: un modo per sentire vivo il legame con lei.

Sto divagando.

Questo post alla fine è un po’ come se davanti a un caffè ti avessi parlato di me ^^

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