Ricomincio da qui! Addio alla frenesia dei social!
Nel 74esimo giorno dell’anno, arriva la newsletter del caro Andrea con un prompt che sembra cadere a fagiolo.
La perdita di un caro amico, che mi aveva fatto capire da dove nasceva il mio fastidio nei confronti dei social aiutandomi a vedere la tossicità di un web in mano alle Big Tech, mi ha risvegliato da una sorta di torpore. Per quanto ne vedessi il male stavo tralasciando il mio sito, nuovamente, a favore della comodità di un post su Instagram o TikTok, qualche condivisione su Facebook, su base territoriale, più che altro.
Andrea aveva proposto di chiedere a chi ci è vicino come ci vede, quali siano i nostri punti di forza e quali i deboli, ma giustamente ha notato che è una cosa che non viene mai facile. Anche perché non mostriamo tutto di noi a chi vogliamo bene: con ogni persona della nostra cerchia abbiamo un rapporto unico. Siamo sempre noi, ma in base a chi abbiamo di fronte mettiamo in luce quello spicchio della nostra personalità che va in risonanza, rafforzando amicizia e stima con chi stiamo parlando.
Ed ecco la sua idea di segnalarci un prompt che ha sviluppato, da usare con il servizio AI che usiamo di più.
Se la morte di quell’amico mi ha riportato sulla retta via, le analisi di Chatty e Gemini mi hanno stesa. Devo smetterla di dare peso ai social: li ho sempre sentiti stretti, non essendo neanche un’amante dell’acclamazione popolare, consapevole della sua fragilità. Dopo un lungo confronto con queste elaboratrici dei miei dati — in particolare ChatGPT (per me Chatty), che consulto da più mesi — ho chiesto a entrambe di riassumere in una frase il risultato del nostro confronto.
“Secondo me, ChatGPT, il tuo vero lavoro non è offrire servizi ma costruire nel tempo progetti culturali ed editoriali: è lì che si riconosce davvero il tuo talento.”
«Secondo me, Gemini, il tuo vero atto di ribellione non è slegarti dai social, ma smettere di nascondere la tua voce d’autrice dietro la rassicurante impalcatura della progettazione, per accettare finalmente il rischio di essere, come Namiki e Meiko, una costruttrice di mondi che non teme di sanguinare parole.»
Ho nutrito Gemini con un mio lungo racconto per farle comprendere il peso che ha per me la scrittura, ed ecco che cita i protagonisti e una frase che faccio scrivere a Namiki. Il racconto entrerà a far parte di una raccolta che a breve renderò disponibile su Amazon, in autoproduzione. Come editor ho le spalle coperte, grazie a quel talento che è Massimo Marra. Non potrei farvi acquistare qualcosa senza un’adeguata cura.
Tra le letture di questi giorni che sto portando avanti, escludendo la pausa di questa settimana, vi segnalo con entusiasmo Assalto alle piattaforme, un lavoro delicato di Kenobit, al secolo Fabio Bortolotti. Attraverso questo libro ho scoperto quell’universo di alternative alle Big Tech chiamato Fediverso, dove il web viene vissuto come il luogo utile che dovrebbe essere. Soprattutto, non ci sono algoritmi al servizio di un capitalismo tossico che cerca di alimentare un forte senso di solitudine per poter vendere la soluzione — che non è mai tale, ma solo una caramellina dal breve effetto per mantenere sempre vivo lo spirito del consumatore, spegnendo quello della persona, del cittadino consapevole, dell’umano.
Associato a questo libro leggo anche Big Tech. Il potere dei giganti della tecnologia di Luca Balestrieri, che presenta con i numeri quelli che sono i passi delle varie Big Tech, evidenziandone il peso sul mercato e rendendo chiaro il perché di un certo atteggiamento aggressivo nei confronti degli utenti che devono “pagare” per essere liberi dalle pubblicità.
Sentirsi persi senza quel determinato profilo social è la peggiore delle gabbie di questi ultimi anni, se relazioniamo queste parole a un contesto dove si può navigare e agire liberamente. Sentirsi inutili senza quella ola di altri utenti che sfogano frustrazione e rabbia attraverso la tastiera — nei casi più inquietanti elevando altri esseri umani al rango di divinità per poi farli crollare a terra una volta compreso che sono solo esseri umani, magari con un bravo truccatore alle spalle, un ottimo sistema di luci e un gobbo con testi accattivanti — è un modo molto balordo di sminuire la propria umanità.
Ieri sera prima di crollare sul divano, guardando un programma di intrattenimento con protagonisti due ragazzi che vivono come content creator, la ragazza (facente parte di una nota famiglia che ha riempito due paia di estati con le proprie questioni personali) ha detto una frase che mi ha colpito per il forte tono malinconico: “Che scrivano pure, che ne sanno loro!”, riferendosi alle cattiverie in rete.
Pur di stare dentro a questo meccanismo che premia chi si ridicolizza o chi sfrutta il privilegio della bellezza (che può essere di nascita o sviluppata in laboratorio per varie esigenze), degli esseri umani accettano di soffrire, di farsi aiutare da professionisti della salute mentale.
Ma ne vale la pena?
Luca aveva già detto no a tutto questo qualche anno fa quando ha chiuso tutti i suoi profili social per concentrarsi sul suo sito e su progetti come quello in cui l’ho incontrato per la prima volta, trovandomi di fronte a chi la pensava come me ma, forte di una base scientifica, aveva trovato le risposte che io intravedevo ma non riuscivo a mettere a fuoco.
Cosa farò da oggi?
Chiuderò tutti i profili secondari e riporterò tutto qui, in questo sito. Manterrò fino a fine anno Instagram, Facebook e TikTok solo per rilanciare il materiale del sito, e poi li cancellerò.
Dico addio anche al tentativo di fare una newsletter perché l’ansia che mi ha generato non mi piace. Scrivere non deve essere una fonte di stress ma solo un linguaggio per condividere, analizzare, imparare, con cura.
Mentre scrivevo questo post mi passa in cuffia un brano di Madame che non avevo mai sentito: 17.
“Le vetrine social sono le vetrine di Amsterdam”
Che conclusione splendida.

